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Ricordo del poeta bagherese Pietro Maggiore

di Mario Pintacuda

 

 

30 luglio 2011

Se avesse potuto scegliere, Pietro avrebbe scelto di morire così. In una splendida giornata estiva di sole, mentre nuotava, in mezzo all’azzurro.

Ormai anziano, camminava a fatica e col bastone; ma voleva a tutti i costi, da maggio a novembre, andare al mare per ritornare, in acqua, giovane e leggero come una volta.

Era un provetto nuotatore, adorava il mare e l’aveva spesso cantato nei suoi versi:

 

“Amu lu celu / azzurru e annigghiatu; / amu lu ventu sirenu e annirvatu; / amu la terra in paci e in guerra; / ma cchiù di tuttu iu amu lu mari: / lu mari ‘i Funnacheddu / ca è beddu pi natura / macari quannu è vunciu  e s’arrabbìa”[1].

 

E proprio nelle acque di Fondachello, a pochi chilometri dalla sua Bagheria, la morte se lo prese improvvisamente e dolcemente il 30 luglio 2011; aveva 80 anni.

Così ne dava la notizia, l’indomani, il “Giornale di Sicilia”:

 

Colto da malore mentre nuotava: morto il poeta Maggiore - Pietro Maggiore di 81 anni, poeta bagherese, è stato colto da malore mentre si trovava in acqua nei pressi del lido la Navicella. Il bagnino del lido è stato il primo a soccorrere il poeta. Poi è intervenuta la polizia e gli uomini della Capitaneria di Porto coordinati dal comandante di Porticello Silviamaria Malagrinò. Sul posto sono intervenuti i medici del 118 che hanno tentato di rianimarlo senza riuscirci. Il poeta bagherese stava nuotando nella costa di Santa Flavia, quando attorno alle 10 si è sentito male. Subito sono scattati i soccorsi. Ma per l'uomo non c'è stato nulla da fare. Pietro Maggiore era molto conosciuto a Bagheria. Era nato l'8 novembre del 1930 a Bagheria….

 

Seguivano scarne ulteriori notizie, un (mini) “coccodrillo” (come si dice in gergo giornalistico) che presentava una curiosa alternanza nella consecutio temporum e molte omissioni:

 

Fin da piccolo era stato attratto dalla poesia. Laureato in giurisprudenza, non ha mai abbandonato la passione per l'agricoltura, né trascurato l'amore per la poesia e la tradizione. Negli anni della maturità si infiamma del fuoco della lingua dialettale che egli adotta pienamente reputandola più congeniale al suo temperamento. La sua prima poesia siciliana, «Ciuri amurusi» l'ha scritta l'8 novembre del ‘54. Ha pubblicato una sola raccolta di poesie «Azzurru» del 1986, che ospita ventitrè poesie del periodo 1982 - 1984. Molte altre poesie sono state pubblicate da giornali, periodici e antologie varie. Il binomio «Ignazio Buttitta - Pietro Maggiore» ha mietuto successi per diversi anni nelle piazze, teatri e scuole della Sicilia - Calabria - Puglia - Campania - Lombardia. Tra le poesie anche un inno a Bagheria.

 

Cenni forzatamente incompleti, che sorvolavano, ad esempio, sui premi letterari vinti da Pietro (soprattutto l’importante premio Girgenti, nel 1991), sulle sue composizioni anche musicali, sulle opere teatrali. Ma soprattutto restava nell’ombra la sua figura umana, unica e straordinaria.

Un breve articolo compariva lo stesso giorno, a cura di Giuseppe Fumia, su “La Sicilia” di Catania.

Un mese dopo, Giuseppe Fumia e Antonino Russo ne ricordarono la figura sul “Settimanale di Bagheria”[2]. Ma invano si attesero poi una commemorazione, una cerimonia, un semplice messaggio da parte dell’amministrazione comunale. Sarà che Pietro non aveva mai avuto tessere politiche; o sarà che in questa nostra curiosa epoca sono altre le cose che “fanno notizia” e che meritano l’attenzione dei politici…

Avvertendo questo vuoto, questa latitanza, questa memoria corta, mi tornavano in mente (per contrasto e con rammarico) le parole con cui Ignazio Buttitta, il maggior poeta dialettale bagherese, aveva concluso una poesia dedicata a Pietro:

 

“La Puisia è paraddisu ‘n terra / e Petru l’havi chistu paraddisu”[3].

 

Ma soprattutto ricordavo i versi di Pietro stesso:

 

“No! Chianciri no! / Nun si chiancinu li morti: / si ricordanu! / Chiancènnuli / l’ammazzi n’autra vota; / si li ricordi, / l’arrivisci”[4].

 

E allora ho deciso di provare a “farlo rivivere” in queste pagine, cogliendo l’occasione fornita dalla proposta del Dirigente Scolastico del Liceo classico “Umberto I” di Palermo, prof. Vito Lo Scrudato, che ha inteso riservare in questo numero degli Annali Umbertini un ampio spazio per le manifestazioni culturali della nostra Sicilia.

Non posso garantire però né un adeguato distacco impersonale né un lucido ordine espositivo e mentale; requisiti impossibili quando i ricordi (vivi, forti, chiari) incombono nella mente e nel cuore, quando si deve parlare non del primo venuto o di un estraneo, ma di una persona cara che non hai più con te.

Pietro infatti era mio cugino; un cugino acquisito, poiché aveva sposato nel 1970 mia cugina Giovanna Pintacuda. E quindi, indubbiamente - anzi dichiaratamente - le mie parole saranno “di parte”. Ma cercherò di non peccare di… “cuginismo” più del dovuto; parlerò di Pietro Maggiore da critico letterario (o presunto tale), perché la sua è stata - e questo non lo dico certo io soltanto - una delle voci più significative della produzione poetica dialettale siciliana del Novecento, nonché una delle figure culturalmente più rilevanti di Bagheria[5].

 

I suoi genitori

Pietro era nato a Bagheria, l’8 novembre 1930, secondo di tre figli. Dal padre, suo omonimo, agricoltore e piccolo proprietario terriero, aveva appreso ad essere generoso, operoso, a donare senza volere niente in cambio:

 

“Amava l’omu, sulu ‘n quantu omu, / nun distinguennu arzuni e né patruni. / Era filici si puteva dari / e u so’ non era so’, ma di l’amici”[6].

 

“Don Pitrinu” (1898-1980) era stato un uomo laborioso, ospitale, gentile, che godeva del rispetto di tutti, tanto da meritarsi - come annotava Pietro fieramente - il titolo di “don” senza essere “mafiusu e né parrinu”. Non era istruito e se ne doleva[7]; aveva partecipato alla prima guerra mondiale, era stato fatto prigioniero in Austria due volte ed entrambe le volte era riuscito a fuggire, ottenendo due medaglie e la nomina a cavaliere; dopo la guerra era emigrato in America, a Chicago , dove aveva fatto il muratore; ma appena poté tornò a Bagheria ove si sposò nel 1927.

Pietro gli dedicò la poesia “Me’ patri” (“ottantadue endecasillabi ed un senario per i suoi 82 anni e 6 mesi vissuti in questo mondo”); ma restò insoddisfatto della sua celebrazione (potente monito contro tutte le celebrazioni, ivi compresa questa…):

 

“Haju dittu tantu e ‘un haju dittu nenti: / altru chi paraggiricu ‘i parenti! / Me’ patri miritava tantu e tuttu. /  E, si vulissi scriviri c’un muttu / lu veru so’ epitaffiu naturali, / sculpissi ‘sti paroli tali e quali: / «Travagghiaturi ‘i razza finu all’ossu». / Ed altru chiù nun dicu ca nun pozzu”[8].

 

Altrettanto legato Pietro era alla madre, Maria Mineo (1906-1985), bagherese con una bisnonna di Altavilla. Morì nel 1985, improvvisamente: la morte - anche nel suo caso - fu “curta e asciutta”, nel sonno, senza sofferenze. Fu proprio Pietro, l’indomani mattina, a trovarla morta e a chiamarla invano per l’ultima volta; ed il suo dolore si trasformò presto in una bella e struggente lirica, “Tri voti ti chiamavi”:

 

“Tri voti ti chiamavi, matri mia; / ma tu durmevi ’n chinu e nun sintevi. / Mi ’ntisiru li mura e li me’ soru; / e u chiantu  l’assupparu li linzola. / Tri voti ti chiamavi... E t’attruvavi / comu a Maria e’ peri di la Cruci. / Mamà, nun t’arruspigghia la me’ vuci; / ora è me’ patri a fallu, duci duci. / Tri voti ti chiamavi ’dda matina; / ma tu, tu stavi ‘nto Celu cu Maria. / U sacciu ca pigghiasti u megghiu ternu! / Spénnilu tuttu pi li nozzi eterni. / Tri voti ti chiamavi... / E comu tu vulevi, matri mia, / t’u fici lu miraculu a Madonna: / «curta e asciutta», ‘o lustru, nno’ to’ lettu / cu aceddi chi cantavanu pi tia. / E cu prieri e canti all’Armisanti / ti ’ncinziaru amici e li passanti; / ’nsina lu celu ti binidiciu / e u suli li so’ vrazza ti grapiu. / Tri voti ti chiamavi e comu viri / t’a fici Pitrineddu a puisia;  / e ora, matri mia, prea pi mia”[9].

 

Gli studi e l’amore per la Sicilia

Pietro frequentò il liceo classico del suo paese, cominciando a verseggiare (iniziò imitando i grandi poeti nella forma del sonetto). Poi si iscrisse in Legge, ma non ebbe fretta di laurearsi. E anche quando, dopo molti anni “fuori corso”, conseguì il “pezzo di carta”, non se ne vantò né volle mai essere chiamato “dottore” o (come pure lo chiamavano) “avvocato”; si occupava della campagna, come suo padre.

Del resto, sulla sua identità reale (poeta? avvocato? agricoltore?) si interrogava anche lui:

 

“Mi sentinu «u poeta»; / ma poeta non ci sugnu, / anchi si fazzu versi / e parru ‘n puisia. / Mi chiamanu avvocatu; / ma un sacciu com’è fattu un tribunali, / però haiu ‘na lauria in dirittu / ‘ncristallata. / Siminu, zappu, putu, nettu e spagghiu, / ma nuddu, dicu nuddu, / mi cridi campagnolu…”[10].

 

La sua cultura specifica riguardava la Sicilia, di cui conosceva ogni angolo, ogni paese, ogni contrada, ogni sfumatura dialettale, ogni frammento storico ed antropologico. Aveva letto, sì, molti libri che parlavano della storia della sua isola, ma - soprattutto - l’aveva girata palmo a palmo, tutta. E quando andava nei più “arroccati” paesi siciliani, sapeva muoversi con un suo “navigatore satellitare” mentale, indicando chiese, strade, monumenti, meglio di una guida del Touring.

Conosceva il dialetto siciliano nelle sue sfumature più segrete, arcaiche; non solo il “baarioto” stretto, ma tutte le varianti che un termine assume nell’intera isola, compresi termini ormai arcaici, obsoleti, quasi filologicamente riscoperti. E parlava il suo dialetto, fiero di un bilinguismo che per lui era sacrosanto, in nome della memoria storica della sua terra.

Nei suoi versi ci si imbatte dunque, a ogni passo, in termini ostici, che spesso richiedono una spiegazione o una nota (che lui forniva prontamente con puntigliosa e logorroica precisione). Ecco dunque, per fare qualche esempio:

 

  • l’alba che “sbracchiannu s’arricampa” (cioè che “arriva sbadigliando”)
  • le onde del mare che si inseguono “comu putri chi vannu ‘a campìa” (“come puledri che vanno al pascolo”)
  • la canicola “quagghiata” (stagnante) che “acchianca l’aria” (“inchioda l’aria”)
  • l’emigrante che vaga “tampasiannu a la stranìa” (“girovagando in terra straniera”)
  • la poesia “cumpanaggiu d’a vita” (“companatico della vita)
  • il nipotino “cacanidu d’a famigghia” (“il più piccolo della famiglia”)
  • il sudore del lavoratore che “sbummica ‘nt’a carni appiccicusu” (“che esala dalla pelle appiccicoso”)
  • la gente terrorizzata dalla violenza mafiosa che la induce a strisciare come “trasèntuli di fàngura” (“lombrichi nella melma”);
  • il cuore che, sotto la spinta dell’emozione, “tuppuliava a tum-ta
  • e via dicendo…

 

Come Nuvolari

I suoi itinerari siculi erano stati favoriti dalla sua abilità di provetto guidatore. Negli anni ‘50 aveva comprato un’Opel Rekord 1600 (una delle prime Opel della provincia di Palermo), a tre marce, con cui percorse migliaia di chilometri in lungo e in largo per l’isola (e non solo). Nella guida era instancabile, adatto soprattutto ai percorsi contorti ed irrazionali della Sicilia arcaica degli anni Cinquanta e Sessanta.

Ricordava, con un orgoglio da Nuvolari mancato, le sue “acchianate” da Cefalù a Gibilmanna, con i tornanti tagliati a tutta birra (e meno male per lui che l’autovelox lo inventarono dopo…).

Molti anni dopo, nel 1975, gli vidi compiere una notevole performance al volante della sua Ford Capri: partimmo la mattina da Londra e nella tarda serata (traversata della Manica compresa) arrivammo a Lione, dopo oltre 900 chilometri di viaggio… In realtà, strada facendo, non avevamo trovato alcun albergo disponibile (era il 14 luglio, festa nazionale francese…); ma forse a un certo punto era scattata in lui la voglia di stabilire un proprio record personale di resistenza alla guida, sicché procedeva come se non dovesse fermarsi mai più, tenendosi sveglio cantando le sue canzoni…

In un’altra occasione, circa dieci anni prima, aveva sfidato il treno Enna-Bagheria, partendo contemporaneamente dall’ ”Ombelico della Sicilia” e giungendo alla stazione del paese prima del diretto (volando per le strade tortuose di quei tempi); ma, a dire il vero, a precedere i treni siciliani siamo (ancora oggi) bravi tutti…

Questo era Pietro: sfida anche a se stesso, energia vitale, ottimismo, determinazione.

 

Grande e grosso

Mi accorgo di non avere ancora ricordato un dettaglio essenziale: Pietro era, fisicamente, grande e grosso. Grosso, mai grasso: da giovane, quando andavano di moda i palestrati eroi dei filmacci peplum (Ercole, Maciste, Sansone), amava spesso, al mare, esibire i suoi muscoli da culturista…

Un metro e ottanta di corporatura possente, gli occhi azzurri, una voce calda e pastosa (che ricordava Gualtiero De Angelis, il doppiatore di Cary Grant e James Stewart), una selva di capelli (beato lui…) prima nerissimi e poi di un bianco incredibile, quasi albino, che negli ultimi anni gli conferiva una solennità quasi ieratica, facendone un Babbo Natale senza barba e senza slitta.

 

 

C’è una foto (dell’agosto del 1953) di cui andava orgoglioso, una foto in cui, da ragazzo (possente e prestante), in campagna, regge sulle spalle un gruppo di cinque amici che si mantiene in un equilibrio surreale e precario sopra di lui: circa 325 chilogrammi. Me la faceva vedere sempre, sorridendo, anche negli ultimi anni, quando era ormai anziano e malato, quando si muoveva ormai col “vastuneddu”: lì c’era il ricordo della sua giovinezza, del suo vigore atletico. La ricordo qui perché è raro che si debba celebrare, di un poeta, anche la sua forza erculea: ma senza questa energia vitale, anche fisica, non si può capire Pietro.

 

Del resto, non c’è immagine più lontana da lui di quegli intellettuali emaciati, smagriti, pallidi, tormentati che Aristofane ideò nelle sue Nuvole: Pietro aveva praticato vari sport (lancio del peso, salto in alto, lotta greco-romana, nuoto) e riteneva che l’esercizio fisico fosse fondamentale per un individuo…

 

Marito, padre, nonno

Nel 1970 sposò Giovanna Pintacuda, dopo un decennio di fidanzamento interminabile; l’anno dopo nacque la figlia primogenita, Maria. A lei Pietro dedicò nel mese di dicembre 1971 (quando la figlia aveva tre mesi) una struggente ninna-nanna, di cui riporto qui uno stralcio:

 

“Dormi bedda, dormi bedda, dormi bedda, e fai la vò. / Bidduzza mia dormi cheta cheta, / fai la vò e nun fari li capricci. / Nun fari dispirari la mammina / picchì s’un dormi nun po’ travagghiari. /Dormi bedda, dormi bedda, dormi bedda, e fai la vò…”[11].

 

Nel 1978 arrivò anche il figlio “màsculu”, salomonicamente chiamato Pierantonio in onore dei due nonni.

Per la moglie ed i figli Pietro compose ovviamente molte belle poesie, che essi conservano fra le memorie più care; ma qui ricorderò solo alcuni dei versi che dedicò, diventato nonno (anzi, “nannò”), alla nipotina Selene, cui mise in bocca una riflessione sul suo contrastato nome “mitologico”:

 

“Pirchì, âti a sapiri / ca li me genituri / lu nomu mi lu scelsiru / cu gran suduri e amuri. / E, comu si 'nvintassiru / chissà quali gran cosa, / dicisiru 'i chiamàrimi / Selene comu a luna. / N'appena u nannò Petru / sintiu la novità, / vulia satari 'i gioia; / ma, 'un potti pi l'età. / Però truvò cunfortu / ‘nto libru di ricordi / e disse: «A mia Selene / mi piace e sona bene» / Dopo tanta sintenza / cchiù nuddu appi l'ardiri / di dire o contraddire / la mia mamma e papà”[12].

 

Era essenziale, in Pietro, la dimensione di pater familias; un patriarca, però, dolce ed affettuoso, che - malgrado la mole erculea - non diede mai nemmeno uno scappellotto ai propri figli anche nei casi (in realtà non frequenti) di marachelle…

 

L’attività poetica

Questo energumeno dolcissimo, mite, incapace di fare del male ad una mosca, profondamente buono nell’animo, aveva da sempre amato la poesia.

Componeva versi, a migliaia, poesie d’occasione e - sempre più spesso - poesie che cantavano i temi a lui più cari: la campagna, il mare, il lavoro, la famiglia, l’esistenza umana, la fede religiosa, la Sicilia e il suo paese.

La sua prima lirica, “Ciuri amurusi”, risaliva al giorno del suo ventiquattresimo compleanno (8 novembre 1954); la compose a Baggio (MI) durante il servizio militare, per un amico che doveva conquistare una ragazza (e che, grazie a questo omaggio, ci riuscì, tanto da organizzare una bella “fujtina” con lei…).

Non sempre trascriveva e conservava le sue poesie; molte, scritti a mano nella sua chiarissima grafia, finivano disperse in imponderabili “pizzini” fra le mille carte del suo studio.

In fondo aveva una sorta di indifferenza superiore, per cui non gli interessava che i suoi versi fossero noti, non aveva mai voluto brigare per pubblicarli. Creava le sue liriche e le recitava a parenti, amici e conoscenti, pienamente appagato della circoscritta audience che lo seguiva.

Spesso le sue poesie erano accompagnate da musiche di sua creazione (a volte in realtà barava, riciclava le sue musiche passandole da testo a testo…). Per lui poesia e musica erano complementari, inscindibili.

Invidiava mio padre, che era un grande musicologo e musicista: quando Pietro inventava una melodia, lui che non conosceva la musica se non ad orecchio, chiamava lo “zio Totò” e gli canticchiava il motivetto. E mio padre in pochi minuti materializzava quelle note in uno spartito musicale, con tonalità, “colori”, indicazioni, tutto. “’Nca cchiù bedda mi pari accussì” (“Più bella mi pare, così”), diceva allora Pietro soddisfatto.

 

 

 Figura 4 - Autografo della poesia “Tampasiannu a la stranìa”

 

                                                

Figura 5 - Spartito della poesia “Bagheria”,                        Figura 6 - Il Maestro Salvatore Pintacuda

realizzato dal Maestro Salvatore Pintacuda                             (1916-1995)                           

 

Io musicai alcuni suoi testi; in particolare, agli inizi degli anni Ottanta mandammo alcune di queste nostre canzoni al Festival della Canzone Siciliana, organizzato allora da Pippo Baudo presso l’emittente televisiva catanese Antenna Sicilia e molto seguito in tutta la Sicilia orientale.

Vincemmo il Festival nel 1982 con una tarantella per bambini, “Tarantella di ‘na vota”, eseguita da due bambini di Priolo e pubblicata poi in un disco a 33 giri e in audiocassetta.

In effetti il testo non era tanto… “infantile”, dato che la voce narrante ricordava i bei tempi andati (cosa per lo meno strana da parte di due esecutori che avevano circa dieci anni); ma musica e versi erano allegri, solari, spiritosi… e il pubblico la apprezzò molto. Eccone la parte iniziale:

 

“Picciotti beddi, viniti: la tarantella abballati! / La tarantella ‘i ‘na vota abballati / ca li picciotti faceva ammattiri; / giovani e vecchi cu li picciriddi / comu l’ariddi satavanu allegri. / Bastava un nenti, tanticchia di sonu / pi dari briu e pi fari ‘na festa: / qualchi bicchieri di bonu vinuzzu, / scrusciu di carta ma senza cubàita. / Un bicchirinu ‘i rosoliu vivevi / e ti pareva di stari ‘nto’ celu / tra cori d’ancili e musica nova / e tarantella tirollallallà. / Na jamma cca, ‘na jamma ddà, / li manu ‘n ciancu e furriamu. / Un passu cca, un passu ddà, / manu cu manu e sautamu. / Ora la dama si metti addinocchiu / Lu cavaleri ci furria ‘ntunnu, / battennu manu e sautannu / comu faceva lu patri ‘i so pa. / ’ Na jamma cca, ‘na jamma ddà / Li manu ‘n ciancu e furriamu. / Un passu cca, un passu ddà, / manu cu manu e sautamu. / Ora canciati la posizioni,/ l’omini in terra e li fimmini a ditta / ed abballati sta tarantella / ca la ballarunu mamma e papà”[13].

 

Nel precedente festival (1981) eravamo arrivati in finale (nella sezione adulti) con “Tampasiannu a la stranìa”, un dolente canto sull’emigrazione, interpretato dal cantante catanese Umberto.

Un emigrato vaga senza meta (questo significa “tampasiari”) in terra straniera (“a la stranìa”), solo “con la sua ombra”, sentendosi meno felice di “un cane bastonato”, mentre la gente indifferente passa e non lo vede; l’uomo pensa alla sua terra lontana e il cuore affranto “gli cade a pezzi”[14].

 

“Tampasiannu a la strania / sulu, sulu,  cu l'ummira mia. / Un cani vastuniatu  / è cchiù filici 'i mia / 'nmenzu a 'sta genti strània / ca passa e nun mi viri  / eppuru sugnu un omu, / un omu. / Sicilia, mia Sicilia,  / lu cori cadi a pezzi  / quann'è ca vardu e viju  / qual è la vita mia / luntanu, a la strania, / ccà. / Cimineri chi fumati / li suspiri e li me1 affanni... / Travagghiu d'emigranti / brùcianu li caldari / e lu nostru suduri / chi a vui duna vita / pi nui, carni vinnuta, / è feli”[15].

 

Infine, “Celu e mari” (di cui al solito io composi la musica e Pietro il testo) fu eseguita al festival di Catania da un cantante lirico, Aldo Fiore. Era una vera e propria romanza, demodé, ma struggente nel testo e nella melodia, anche perché “sapeva di mare”...

Un pescatore, “piegato dal peso degli anni”, ricorda la sua vita e sogna un suo antico amore. Intorno a lui, il mare canta una canzone di dolore e di pace: ma gli affanni “annegano sul fondo” del mare. Rivolto alla propria anacronistica barca di legno, il vecchio le chiede di non adontarsi per la vicinanza dei “motori stonati” che rimbombano nel porticciolo. Le onde del mare giocano, festose, inseguendosi fra loro “come puledri che vanno al pascolo”, mentre una colomba diffonde nel cielo i messaggi degli innamorati. E, in questo “incanto d’amore”, il pescatore sprofonda in una quiete assoluta che ne esprime la simbiosi con la natura.

 

“Dintra sta varca di lignu / ‘ncurvatu du pisu di l’anni, / sonnu lu vecchiu miu amuri / pensu a la vita chi fu. / Lu remu straccu suspira / lu cantu di lu patimentu;/ l’unna amurusa rispunni / e duci paci mi dà. / Supra stu mari d’azzolu / vaganu sonni e spiranzi; /  mentri li peni, affanni e turmenti / s’anneganu ō funnu e restanu ddà. / Jocanu l’unni fistusi / cu li pisci, li scogghi e li varchi / e s’assicutanu allegri / comu putri chi vannu ā campìa…/ ‘Na palummedda di mari / spannuzza pū celu azzurrinu / li missaggi di li ‘nnamurati. /  Ma, ‘ntra stu ‘ncantu d’amuri, / ‘n lontananza io viu ‘na varca; / e lu me sonnu sprufunna / unni u mari si junci cu celu. / L’unni arraccamanu i scogghi / cu agugghi azzariati du tempu; / e faragghiuni e grutti / brìllanu di eternità. / Lu ventu porta luntanu / la vecchia canzona du mari; / l’acqua scumusa mi vasa / e suspirari mi fa. / Varcuzza mia di lignu / ca t’accarizzi cu mari,/  nun ti ‘ngrunnari si ‘nsiemi cu l’unni / muturi stunati rimbummanu ccà. / Jocanu l’unni fistusi / cu li pisci, li scogghi e li varchi / e s’assicutanu allegri / comu putri chi vannu a’ campìa…/ ‘Na palummedda di mari / spannuzza pū celu azzurrinu / li missaggi di li ‘nnamurati. /  Ma, ‘ntra stu ‘ncantu d’amuri, / ‘n lontananza io viu ‘na varca; / e lu me sonnu sprufunna / unni u mari si junci cu celu”[16].

 

Il sentimento del tempo

La riflessione sul tempo che fugge inesorabile entrò inevitabilmente nella sua produzione con il passare degli anni.

Ne “La strata di lu tempu” poeta riprende inizialmente i temi e i motivi della sua avventurosa giovinezza, ma li riesamina con l’occhio distaccato e sereno (e anche un po’ ironico) del quarantenne; il gioioso ritornello  contrasta vivamente e volutamente con la constatazione della crudele fugacità dei giorni:

 

“Ci aviti fattu casu / ca doppu i quarant’anni / lu tempu pari curtu / e longhi i sò malanni? / E lassa a la pirsuna / acciacchi ad ogni ura, / acciacchi novi e vecchi, / fureri ‘i sepultura. / Viva la vita, viva l’amuri, / viva la vita senza pinseri. / Mi sforzu e ‘un mi capacitu, / e allora io m’addannu: / si mancu fu Natali / com’è ch’è Capudannu? / E allora mi ricordu / quannu eru picciriddu / e a scola mi nni java / cchiù lesu d’un cardiddu. / Viva la vita, viva l’amuri, / viva la vita senza pinseri. / […]Pi l’omu granni ‘nveci / lu tempu scurri prestu / pirchì ha longhi i jammi / e u passu u jetta lestu. / Sudannu e faticannu / lu jornu agghiorna e scura, / santìa e a passi longhi / s’avvia a sepultura”[17].

 

Gli orecchiabili ritornelli che Pietro abbinava ai suoi versi, le musiche allegre e spensierate erano solo in apparenza contraddittori rispetto alla descrizione di situazioni amare e problematiche; anzi, ne derivava una sorta di distacco ironico dalla propria stessa opera, quasi a volerne sminuire (con la modestia e la serietà che lo contraddistingueva) la portata.

 

I versi per Bagheria

Numerosissimi furono i versi dedicati da Pietro alla sua Bagheria[18]; qui ricorderò “Paisi miu”, una celebrazione tanto idealizzata (ma chi non idealizza il proprio luogo natìo?) quanto sinceramente sentita.

Il poeta dapprima descrive (con pochi tocchi paesaggistico-geografici) il suo “paiseddu”, bagnato dal mare di “cobalto colorato”, circondato dalla Conca d’Oro “verde di agrumeti” (una volta…) e dal monte Catalfano; ne ricorda i due corsi principali, Butera e Umberto (rispettivamente Stratuni eStratuneddu), ne delimita lo spazio storico (“non superare Angiò e Palagonia”, chiamata col nome con cui la chiamano i “baariòti” DOC: Trippurtuna). Poi descrive la gente del suo paese, “laboriosa e di poche parole” (“massara e di picca parrari”), amante delle scienze e delle arti, che ha dato i suoi morti ad ogni guerra. Ma viene anche ricordata l’“amara realtà”: l’aumento demografico cui non corrispondono crescenti occasioni lavorative, l’emigrazione che costringe i bagheresi a “buttare sangue” in terre lontane, ricordando col cuore gonfio di nostalgia i “Pupi” di Villa Palagonia, storico emblema del paese. Ma, camminando per le strade, il poeta si sente parte della comunità: la “vera Bagheria” è formata da tutti i suoi abitanti, vivi, veri e solidali fra loro.

 

D’unni codda lu suli e d’unni nasci / lu paiseddu miu veni vagnatu / d’un mari di cubaltu culuratu / ch’ a tutti l’uri l’accarizza e pasci. / La Conca d’Oru, virdi d’agrumeti, / l’accogghi dintra un lettu naturali / e a lu capizzu ci fa di guanciali / ‘Ncurvina terra ricca di vigneti. / Contru li venti e la brizza di mari, / cu amuri eternu cchiù di chiddu umanu, / li peri cci arripara Catalfanu / calcàriu munti di ‘disa e zabbari. / Attornu o’ Stratuneddu e lu Stratuni / s’intreccia lu paisi novu e vecchiu; / ma, siddu ‘n cerca vai di lu megghiu, / nun supirari Anciò e Trippurtuni. / Gintuzza allegra vivi ‘ntra ‘sta terra, / genti massara e di picca parrari; / li Scenzi e l’Arti sapi cultivari / e vita e sangu ha datu ad ogni guerra. / […]Ma, quannu pi li strati vaiu e viu, / m’accorgiu ca la vera Baarìa / si tu, sugnu iu, è chiddu chi passia: / gintuzza viva d’u paisi miu[19].

 

Da questa celebrazione era volutamente “rimossa” la problematica sociale e politica, che Pietro rinviò ad altre occasioni per non turbare il quadro positivo ed affettuoso della lirica; ma in altre poesie, come vedremo, i temi scottanti entreranno senza se e senza ma, a conferma del suo atteggiamento ostile ad ogni compromesso con gli aspetti peggiori della società.

Uno dei primi esperimenti in tal senso è “Lu mè nomu è Pupulinu”, del 1976. “Pupulinu” (incarnazione che ricorda molto il Demos dei Cavalieri di Aristofane, vecchio ebete vittima di furbastri ed avventurieri) si presenta all’uditorio elencando i suoi vizi e le sue qualità.

 

Il poeta analizza con attenzione le lacune di una coscienza proletaria lenta a ridestarsi (“sugnu russu e sugnu niru”), ma che ha già la sua consapevolezza dello sfruttamento di cui è vittima (“jettu sangu pi patruna / pi jinchirici la panza… / sugnu pecura allivata / p’addattari i governanti”).

Nel finale emerge un desiderio di rivolta alle ingiustizie e di ritrovata solidarietà fra le masse: “si ‘sta ciurma pupulana / fussi menu pitulanti, / e vidissi pi un istanti / ca unu e unu fannu tanti, / potrìa essiri ca u munnu / si canciassi ‘nta tri uri”. Ma un’azione decisa appare ancora improbabile e prevale la sfiducia: “ma ‘a pecura, u sapemu / segui sempri lu pasturi”.

 

Il sodalizio con Ignazio Buttitta

Verso la fine degli anni Settanta, Pietro iniziò il suo sodalizio con il grande poeta bagherese Ignazio Buttitta, che chiamava affettuosamente “zù Gnaziu”.

Buttitta apprezzava molto le qualità poetiche di Pietro, aveva per lui stima ed affetto, pur essendo consapevole delle differenze che li distinguevano: era più anziano di Pietro, non aveva “succhiato il latte della cultura”, aveva partecipato in modo tumultuoso e polemico alle vicende politiche. Ma in Pietro riscontrava le caratteristiche di un vero “poeta”, come ricorda in “Io e Petru”, la lirica che apre l’unica raccolta pubblicata da Pietro, Azzurru (1986) e che costituisce anche un interessante bilancio dell’attività poetica dello stesso Buttitta:

 

Petru stamatina è ccà / nna me’ casa / a liggirimi i puisii / c’havi a pubblicari. / Io, ca sugnu unu di chiddi / chi non manciò e sucò / u latti d’a cultura, / capisciu e non capisciu, / cadu e mi susu, / moru e arrivisciu, / acchianu ‘n celu / e mi sdirubbu ‘n terra. /[…] / Comu putissi aviri / ‘na vuci ‘n capitulu / si mi ‘nfilu i manu nne’ sacchetti / pi circari l’oru d’a cultura / e i nesciu vacanti? / […] / Petru u sapi / zoccu penzu io d’i pueti, / assira m’u ‘ntisi ripetiri, / mentri mi ‘ntervistava ‘na giornalista, / e mi ‘ntisi diri ca i pueti / chi restanu nno’ tempu sunnu picca, / unu ogni seculu; / e agghiuncivu, / parrannu di mia comu poeta, / ca – forsi – nun ci sarrà nuddu criticu / fra cinquant’anni / chi scrivirrà d’a me’ puisia / e d’u me’ missaggiu d’amuri e di giustizia. / E di iddu? / Cu Petru amu fattu ‘na trintina di rèciti / e, tutti i voti, / ha ricivutu applausi d’a genti. / Chistu è significativu e dici troppu; / ma l’avviniri è un libbru chiusu / e a puisia, comu tutti i cosi, havi limmiti e mura d’azzaru. / Mi resta d’augurari o’ libru di Petru / a furtuna d’i poviri / ca trasinu ‘n Paraddisu. / La Puisia è paraddisu ‘n terra / e Petru l’havi chistu paraddisu(Ignazio Buttitta, Aspra, 14 novembre 1984)[20].

 

Ignazio Buttitta in quel periodo andava in giro per le piazze a recitare i suoi versi, novello rapsodo che riportava la poesia in mezzo alla gente, dopo troppi anni in cui essa era divenuta retaggio elitario di pochi intimi. Volle che Pietro venisse con lui: allora girarono insieme la Sicilia, la Calabria, la Puglia, la Campania, perfino la Lombardia. Le piazze si riempivano di gente, che andava ad ascoltare ed applaudire i loro versi, composti in dialetto siciliano, ma comprensibili ai cuori e alle menti di tutti[21].

Ecco una foto che ritrae i due poeti in compagnia di un altro grande bagherese, Renato Guttuso.

 

Figura 7 - Renato Guttuso, Ignazio Buttitta

e Pietro Maggiore (Hotel Zagarella, S. Flavia, 12/1/1985)

 

 

 

Il rapporto con il pubblico

L’impatto con le masse impressionò ed esaltò Pietro, che aveva amato da sempre il contatto con la gente e soprattutto con le persone più semplici ed umili.

Una bella poesia (“Grazii, tanti grazii”) chiarisce molto efficacemente queste sue sensazioni:

 

Il poeta ringrazia il suo pubblico, avverte il profondo cambiamento che esso ha operato in lui. Prima di andare in piazza, la fantasia creativa era possente ed inarrestabile: era una vera piena (“sinteva calari la china”), che mandava il cuore (auscultato onomatopeicamente nel suo battito frenetico) a mille: “e lu cori tuppuliava a tum-ta, / e tum-ta, tum-ta”.

Ma poi, ecco Pietro davanti alla gente; lui sa che sono venuti “per sentire il poeta” (“pi sèntiri lu pueta”), per capirne (e carpirne) il segreto che lo rende “riccu / e patruni di lu munnu”. Allora comprende, dal contatto fisico con la gente, sentendola con lui e dentro di lui (“e vi sentu cu mia, / dintra di mia), che l’unica cosa che può dire loro è “grazie” per averlo “arricchito”: “Grazii, pi avirimi fattu / cadiri / di li manu / l’agugghiòla spuntata / di la farfantaria; / e spannuzzari a lu ventu / comu canigghia / li muntagni di paroli / accatastati; / e libirarimi l’occhi / di li filinii / strugghiennu li so’ gruppa / ’mpirugghiati; / e sfilari / da lu me’ cori / la maredda / agghiummarata / di la fantasia. / Grazii, pi avirimi arriccutu, / arriccutu veramenti / dannumi cu lu tozzu / di la vostra puvirtà / ognunu / un pizzuddicchiu di ricchezza / Grazii!... Tanti grazii…[22].

 

I premi

In seguito a queste esperienze, Pietro si andò convincendo di potersi definire “poeta”; cosa che non credo avesse premeditato negli anni passati. Il contatto con Buttitta gli aveva fatto capire che aveva qualcosa da dire e da dare ad un maggior numero di destinatari.

Iniziò allora a partecipare ai concorsi di poesia. Ne vinse diversi, piazzandosi in altri casi nei primi posti: una sua commedia in tre atti, U sgabellu ‘i Mastru Jachinu, fu premiata nel 1988 al concorso di Ragalna (CT) “Progetto teatro per una commedia in lingua siciliana”. L’anno dopo (1989) sempre a Ragalna partecipò con la commedia in tre atti Nun mi lassati sulu, vincendo pure il trofeo “Nino Insanguine”.

Ma il premio che lo rese più orgoglioso, quello più importante, fu il Premio Giovanni Girgenti[23]. Pietro ne vinse nel 1991 la X edizione (celebrata a Villa Palagonia nella Sala degli Specchi) con “Cantu d’amuri e di rabbia”.

 

Figura 8 - Pietro Maggiore vince

il Premio Girgenti (1991)

 

La poesia è il lamento di un emigrato; ma non si tratta di un emigrato siciliano, bensì di un immigrato marocchino, un “Vu’ cumprà” che avverte su di sé lo stesso disprezzo arrogante di cui una volta erano stati oggetto gli Italiani all’estero:

 

“Diccillu,  matri mia, / a li me' frati / ca   vaiu  tampasiannu / strati strati, / a  vinniri accendini e fazzuletti, / lametti  useggetta  e roggi a pisu ... / Diccillu  chi la genti pi disprezzu / mi chiama  "Marocchinu” e   “Vu’ cumprà”; / chi,  cu   'na sponza / assammarata  ‘i chiantu, / vaju lavannu  vitri / e assuppu sangu...”[24].

 

Ecco la motivazione del premio, assegnato dalla giuria presieduta da Nino Muccioli:

 

“Elegia dell’esilio e della lontananza, canto dell’amor patrio e della libertà e dignità dell’uomo, questa poesia di Pietro Maggiore non può non ricollegarsi idealmente alla splendida stagione arabo-sicula del X ed XI secolo i cui poeti con malinconia e dolore cantarono la patria lontana. Atto di appassionata immedesimazione, il componimento si fa inno e peana nella ideale lotta che il poeta con fervore alimenta per propiziare un domani migliore”[25].

 

Poesie d’occasione

La nuova dimensione “ufficiale” non lo esentò dal continuare a cimentarsi nel campo delle poesie d’occasione, ovviamente sempre più richieste. Questa produzione è, innegabilmente, la più effimera di Pietro, dato che effimere erano le occasioni stesse da cui nascevano i versi. Va detto però che lui sapeva sempre mantenere un obiettivo distacco (accompagnato da una salutare ironia ed autoironia) che lo salvava sempre e comunque dalla retorica (da cui era alieno), dalla piaggeria, dalla banalità.

 

  • In particolare, scrisse molti componimenti religiosi: un inno di San Pietro; un canto natalizio (Bammineddu duci duci, premiato sia per il testo che per la musica); una poesia per l’inaugurazione della nuova Chiesa di San Pietro in via Mattarella a Bagheria (Due aprile ‘98); l’inno dell’Immacolata (musicato da me), che divenne una sorta di leit-motiv della chiesa delle Anime Sante di Bagheria; Verso la croce (dramma in due atti, scritto per la parrocchia di S. Pietro).
  • A Renato Guttuso dedicò l’ode in quartine Reiddu.
  • Per il settantesimo anniversario della morte di Giuseppe Bagnera scrisse Lassatimi cantari di Bagnera.
  • Per l’intitolazione della scuola materna a “Don Francesco Castronovo” compose I maternini cantano.
  • Compose pure un musical in un atto, Canta e cammina, che fu rappresentato nell’auditorium della nuova chiesa di S. Pietro.
  • Altre sue commedie furono: Il fido Acate (commedia brillante in tre atti) e Anche il sole ha freddo (dramma in tre atti).
  • Realizzò addirittura un  poemetto satirico-umoristico in ottave fiorentine, suddiviso in dodici canti, che rievocava liberamente “le avventure del Barone di Münchhausen: U baruni ‘i Muscasicca.

 

Ma non smise mai di vedere con distacco ironico la sua produzione, tanto da realizzare, una volta, un icastico e lapidario componimento in cui volle scherzosamente “superare” l’Ungaretti di “Mi illumino d’immenso”:

 

COME UNGARETTI (ma più breve)

M’arricriavu.

 

Impegno antimafioso

Pietro era da sempre, visceralmente, antimafioso. Della mafia detestava la violenza, la volontà di sopraffare gli esseri umani, la crudele bestialità. Queste opinioni si riversarono in numerosi componimenti, fra i quali spiccano una ballata satirica (“M’associu”), il carme “8 ottubri 1984” (scritto in occasione di un delitto mafioso) e, soprattutto, due poesie (pubblicate poi in Azzurru) scritte in occasione delle uccisioni del generale Dalla Chiesa (“Tri settembri”, 1982) e di Giuseppe Fava (“Cincu jinnaru”, 1984).

 

Tri settembri” è basato sul tono e sulle movenze del “rèpitu”, il lamento funebre rituale tipico nella cultura siciliana antica. Subito viene “urlata” la notizia dell’uccisione del prefetto e della moglie: “Chianciti matri e ripitati figghi: / «’n Palermu hannu ammazzatu lu Prifettu!». / Muratili cu ciuri ‘i rosi e gigghi / li vucchi ‘i sangu aperti ‘ntra lu pettu. / Chianciti negghi e ripitati venti: / «’n Palermu hannu ammazzatu la Signura!»”.

Il delitto viene rievocato nella sua efferatezza, con riferimento all’omertà della gente terrorizzata: “Non omini ma furii scatinati / da un latu a l’autru misiru a sparari / e ficiru li dui sì sfazzunati / da nun putirsi cchiù raffigurari. / La genti curri dintra e si va ‘ntana / attanga tantu porta chi finestra / e ‘nzanaluta ‘un senti nudda gana / di taliari fora a manca e a destra / Sutta lu velu scuru d’a Santuzza / nudda pirsuna vitti e mancu ‘ntisi”.

Poi, gradualmente, la gente “esce fuori dalle tane” (“la genti nesci fora di li tani”), le campane suonano a morto, la pietà si fa strada senza però cancellare la paura: “La fudda grida, fa la vuci dura / ma nun accusa e né jisa la testa”. Tutti deplorano l’uccisione della sig. Emanuela; il presidente Pertini definisce “pura guerra” questa strage. Si chiede allora un intervento deciso in risposta di questa “sfida aperta contru di lu Statu”. La conclusione è desolata: “C’era un Prifettu e ora nun cc’è chiù; / sutta lu gran linzolu di lu celu / sulu rasti di morti ora cci su’ / cu ciuri musci e sicchi supra un velu[26].

 

Cincu jinnaru”ricorda l’assassinio di Giuseppe “Pippo” Fava, scrittore, giornalista, saggista e sceneggiatore, che Pietro conosceva personalmente e che fu ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Il poeta è costernato, accusa la crudeltà dei tempi: “Non haju, no, mimoria / d’un tempu comu a chistu: / nun c’è misericordia, / ‘nchiuvata fu cu Cristu[27]. Un quadro apocalittico esprime il dolore cosmico provocato dall’omicidio; un aperto rimprovero è rivolto contro l’indifferenza in cui esso è maturato. Viene rievocata la figura di Peppe Fava, “impavido, col fuoco nelle vene” (“vividu / c’u focu nna li vini”), che però predica invano il suo messaggio di riscossa civile. Dopo la sua uccisione, però, la sua voce diventa più forte: “e u munnu misi a sèntiri / lu mortu chi parrava”. Ed un urlo si solleva dalla gente che corre “a frotta a frotta”: “Usciamo dall’inferno!” (“Niscemu di lu ‘nfernu! / Niscemu di lu ‘nfernu!”).

 

Versi struggenti furono dedicati da Pietro a Claudio Domino (“A Claudio”), il bambino di undici anni ucciso la sera del 7 ottobre del 1986 in una via del quartiere San Lorenzo a Palermo:

 

“Ad unnici anni… no! No! / Non s’ammazza accussì / la primavera!... / Pietà, pietà Signuri, / pi cui pietà nun ha! / Pensaci tu Giustizia, / ca sai la verità… / Chianci, Palermu, chianci: / lu suli nun cc’è cchiù!”[28].

 

La costernazione per una Sicilia vittima della criminalità mafiosa, dell’omertà, della corruzione e della speculazione edilizia emerge anche in “Sicilia ‘un si’ cchiù tu[29].

 

Momenti di pessimismo

Pietro non era un “pessimista”; il suo carattere, la sua fede religiosa, la sua energia lo inducevano sempre a vedere il bicchiere “mezzo pieno”, ad andare sempre avanti, a non restare inerte in uno sterile atteggiamento disfattista.

Nei suoi versi, però, non mancano dei “momenti-no”, delle fasi di stanchezza psicologica di fronte ai mali del mondo contemporaneo, come ad es. in “Lassatimi sunnari” (“Lasciatemi sognare”, 1983). Questa lunga lirica, articolata in ben 14 strofe di nove versi ciascuna, proclama la stanchezza del poeta, stufo di “sognare mondi nuovi senza guerre” (“sunnari / munni novi / senza guerri”), di “assaporare fiele / di falsità” (“assapurari feli / di falsità”), di cantare come un uccello in gabbia, di aspettare chi non viene mai, di ascoltare “sempre una sonata” (“ascutari / sempri / ‘na sunata”), di vivere “con la testa dentro il sacco”, di vedere gli occhi dei bambini “lustri di pianto / e secchi di speranza” (“lustri di chiantu / e sicchi di spiranza”), di “sopportare pene ed angherie” (“di suppurtari / peni / ed angarii”), di camminare “sopra spine e chiodi” (“supra spini / e chiova”), di “gridare ai sordi nel deserto” (“gridari / a li surdi / ‘nt’o desertu”). Ormai, egli è perfino stanco di pregare e di lottare; chiede, quindi, soltanto di sognare la pace: “Vurria ca mi lassassivu sunnari / cu’ l’occhi aperti / tutt’u munnu / ‘n paci[30].

 

Le poesie d’amore

Fin da giovane compose liriche d’amore, da Ciuri amurusi in poi, inizialmente su commissione per conto di amici (a quanto pare con ottimi esiti sulle destinatarie…).

Particolarmente arguta è la poesia La rosa russa (anch’essa del 1954), delizioso divertissement in cui il fiore - su suggerimento del navigato “massaru Giovanni” - diventa strumento infallibile di conquista per il tormentato ed imbranato Pippinu (“loccu, babbasuni e citruluni”) innamorato di Mara:

 

“Chi hai, Pippinu, cu tutta sta grunna?» / «Chi haiu ad aviri, massaru Giuvanni: / l’amuri! ca mi duna ‘nta lu cori. / Vui lu sapiti ca vogghiu beni a Mara, / ca è u palpitu d’u cori miu, / l’ancileddu di me’ pinseri; / ma, st’amuri tradituri / nun m’u sapi fari diri. / ‘Na littra ca ci detti dintra a chiesa / diceva assai ma amuri nun chiedeva. / Capiti pirchì tantu mi disperu? / Massaru beddu, nun ni pozzu cchiù!» / «O loccu, babbasuni e citruluni, / comu ti perdi ‘nt’un biccheri d’acqua!/ Assèttati tanticchia ca ti cuntu / la storia vera di la rosa russa. / Luntanu ‘nt’un casteddu fora manu / viveva un vecchiu sapintuni assai. / Centu e cchiù libbra scrissi sull’amuri / ma, all’ultimu, cci detti a tutti focu; / pirchì s’accorsi ca li prati ‘nciuri / ti parlanu d’amuri a tutti l’uri, / e lu cchiù chiacchiaruni, / naturalmenti, è la rosa russa». / Curriu Pippinu ‘ncerca di stu ciuri. / Allampanatu cu ‘na rosa ‘mmanu, / russa, allaccaruta e spampinata, / pinsava ô vecchiu e cchiù si scuraggiava. / Vineva Mara di la Santa Missa; / talia ‘nsutta ‘nsutta lu mischinu / e chiudi la rosa / ‘mmenzu a lu missali. / ‘Dda rosa russa / ca muta si stetti / fu di l’amuri / chiacchiaruna assai…”[31].

 

Ai giovani Pietro era legatissimo, da sempre. Giovane nell’animo, amava stare più con loro che con i suoi coetanei. Non si poneva mai, però, come maestro; dialogava, si confrontava, ascoltava i ragazzi e si faceva ascoltare (e parla un ex giovane che da lui ha appreso moltissimo, a tutti i livelli). I suoi “messaggi” ai giovani (che però lui non considerava tali) invitavano alla ricerca del vero amore, al disprezzo di ogni opportunismo, ad un carpe diem non privo del corrispondente invito alla saggezza (il sapias oraziano…). Ne è esempio una bella lirica, “Picciuttanza”, di cui riporto un breve stralcio:

 

“O picciutteddi schetti, chi v’aviti a maritari, / circati picciuttanza nun circati li dinari; / li soldi vannu e vennu comu fussino pinzeri, / la picciuttanza inveci quannu va nun veni cchiù”[32].

 

’Nnucenza antica” (composta in collaborazione con il poeta Giuseppe “Peppineddu” Pintacuda) contrappone l’educazione antica a quella moderna, non senza una punta di velata ironia per i “vecchi tempi” così “costumati” e per i giovani di una volta che non conoscevano “’ntrichi e malanni”:

 

“Biniditti tempi antichi» / mi dicia me nanna Pidda; / «chi bedd’ epuca era chidda / ca finiu e nun torna cchiù. / Nun vidia ‘na vesta curta, / né ‘na fimmina pittata / cu li cavusi attillati / fumari ‘nte’ strati… / […] Masculi e fimmini già beddi granni / nun canuscevanu ‘ntrichi e malanni; / senza malizia né griddi pa testa / ogni ghiornu era ‘na festa, / si campava d’ accussì»”. «Di sti tempi, figghi mei / nun si po’ trattari a nuddu; / nun su’ tempi comu chiddi, / nun c’è cchiù nnuccintità. / Eru zita cu to nannu, / mi vineva dintra a sira, / s’ assittava arrassu un migghiu / scustatu di mia; / ma però, quann’ appi un figghiu,/ fu onestu e mi spusò». / Bedda cuscenza c’ avia me nanna / ca pria fu nanna e di poi si sposau./ Chidda era l’ epuca di la ‘nnuccenza; / la nannò sempri ci pensa / e scurdari nun la pò”[33].

 

La seduzione femminile è celebrata in una poesia in italiano, “Ed era là”, che presenta un poeta insolitamente “camilleriano”.

 

“Ed era là, supina nella sabbia, / ad ascoltare la voce del mare / e nutrirsi di sole / Le mani a conca / intrecciate sotto la nuca, / le anche e i seni stretti nel bikini / e le ginocchia a punta / a cercare il cielo / mettevano in guerra l’estatico corpo / col profumo di donna pazzamente represso / dallo sciabordio dell’acqua / contro gli oziosi calcagni. / Ed era là, bocconi sotto il cielo, / a raschiare cogli alluci / l’irrequieta sabbia. / I gomiti a colonna / con tra le mani l’assolata faccia / e la fronte alta / immerse tra sogni implumi / e svolazzi di nuvole dorate / magnificavano l’arcuata schiena / e le nude natiche turgide di sole / che asfissiavano il perizoma / e ferivano la cecità del cielo. / Ed era là, di fianco sotto il sole, / a sonnecchiare tra schegge di luce / e brusii di nenie lontane. / Le cosce siamesate con la stuoia / e cocci di carne smussati dal tempo, / le guance arse, affossate e scabre / lo sguardo opaco / e le carnose labbra increspate di sale / parevano chiedere / al morto il respiro, / e al vento la brezza / e assopirsi nel blu. / Ed era là, tra terra, cielo e mare / a fissare il silenzio negli occhi / e saziarsi d’immenso. / Le gambe incrociate a Budda, / il tronco eretto / e la testa rannicchiata tra le spalle / stagliavano nell’azzurro / lavacri penitenziali; / e le braccia penzoloni / con le mani spalancate a Grazia / erano ali di cielo / che insegnano a volare e perdonare. / Ed era là, solare Sirenetta, / a giostrare col mare / in un grembo di schiuma”[34].

 

I canti del lavoro e dell’emarginazione

Pietro cantò la sacralità del lavoro, la fatica che costa, i sacrifici che impone. Trattò il problema dell’emigrazione (anche per l’esperienza concreta vissuta da suo padre), avvertì la gravità dei temi dell’emarginazione e della disoccupazione, comprese il sempre più lancinante conflitto fra le varie generazioni.

 

Livamunni livamunni”(1964) descrive la giornata lavorativa del contadino, fin dal risveglio al canto del gallo, con l’alba che arriva “sbadigliando” e la famigliola che si ridesta:

 

“«Livamunni, livamunni, ch’è ura!» / canta lu jaddu. / E l’arba sbracchiannu s’arricampa  / e sulu è l’antu. / Ruspigghiati nicuzza, chianu-chianu; / ca to’ fratuzzu dormi, ‘nnuccinteddu. / E, mentri ca si pappa u jriteddu, / veni ‘cu mia e cogghi i spighi in terra”[35].

 

La soddisfazione per il lavoro in campagna è espressa da “Sugnu stancu ma sugnu cuntentu”:

 

“Sugnu stancu ma sugnu cuntentu / lu jardinu l’haju beddu ‘ngrizzatu; / quannu mettìnu l’acqua da Chiana / l’arruspigghiu e mi levu u pinseri. / Sutta st’afa di suli cucenti / ci vulissi na bedda vicenna…”[36].

 

Tu nun lu sai” ripropone il contrasto passato-presente (come già in “Nnucenza antica”); qui però si contrappongono il padre, che ha conosciuto le privazioni e il “tanfo” del sudore, ed il figlio giovane e scapestrato, goloso, scansafatiche ed incapace di sacrifici. Emerge qui un rabbioso attacco contro un mondo che ha perso la comprensione e il rispetto per la dura fatica del lavoratore ed è abituato ormai alla comoda agiatezza dei tempi moderni.

Frequenti sono le espressioni sarcastiche, abilmente trascelte nel ricco repertorio lessicale del poeta: “pistii tuttu u jornu e spirunii”, “curri com’un giannettu”, “si strinci u suttapanza” (nella rappresentazione indignata della fatica senza premio del padre, ultimo anello di una catena generazionale di stenti, interrotta dal sopravvenuto lassismo dei tempi moderni).

Particolarmente  icastiche sono le ultime imprecazioni (“Tu nun lu sai comu tanfìa u suduri / chi sbummica ’nt’a carni / appiccicusu”).

La chiusa, con un ritorno ancestrale al comandamento divino (“Santifica a to’ patri / ca vivi di travagghiu, / abbrazzati a to’ matri / chi travagghia p’amuri”), suona come un invito accorato, dopo lo sfogo e l’ira; e nell’acquisita pacatezza sembra di poter cogliere una punta di consapevole scetticismo.

 

“Tu nun lu sai comu si scutta u pani / e u jetti ’nta’ munnizza pirchì è duru. / La panza ti la inchi di carni e cosi duci, / pistii tuttu u jornu e spirunii. / Mentri to’ patri e matri, / quann’eran quantu a tia, / la panza la inchevanu di trunza e di carrubbi. / A chiddi tempi, cridimi, / lu pani era duci / e quannu si manciava era grazia di Diu. / Tu nun lu sai com’è duru u travagghiu / chi l’omu porta a’ fossa e lu scunquassa. / […]. / Tu nun lu sai comu tanfìa u suduri / chi sbummica ’nt’a carni / appiccicusu. / […] / Armazza scellerata, / ca vivi pi manciari / va’jettati ‘nt’on fossu / si onuri ti nni resta. / Santifica a to’ patri / ca vivi di travagghiu, / abbrazzati a to’ matri / chi travagghia p’amuri”[37].

 

“’Mbriacunazzu” è l’accorata descrizione di un infelice ubriacone (realmente esistente, faceva il parcheggiatore vicino Villa Palagonia), rifiutato dalla società come essere umano di pari dignità, ma accolto e coccolato in quanto emarginato, in quanto contraltare necessario all’ineccepibile normalità della società “borghese”; per l’emarginato, l’unico modo di far parte della società è restare emarginato:

 

“Comu tutti i paisi, / puru lu me paisi / havi lu so ‘mbriacu / chi fa cumizi in chiazza; / e granni e picciriddi / cu pugna e cu pitrati / l’assaltanu cu rabbia / e denti di canazzi. / «‘Mbriacunazzu!» lu chiamanu; / pirchì si leva di vinu / e s’allavanca e sbuffa. / ‘Mbriacunazzu fussi / siddu assaltassi a genti / e ci niscissi i denti. / Pasquali u vardamachini, / quannu nun è ‘mbriacu, / la genti lu strapazza / pirchì voli u ‘mbriacu! / Pasquali ca nun è fissa / e havi lu cori bonu, / mischinu, vivi e fa / cuntenta ‘a sucità”[38].

 

La celebrazione della pace, della poesia e della fede

Da ragazzo aveva vissuto i tempi della guerra, che detestava, considerandola sempre ingiusta, improponibile, inaccettabile; e nelle sue liriche ha spesso celebrato la pace, come ad es. in “Canta la paci”, basata sull’antitesi polare fra guerra e pace, contrapposte nella loro inconciliabilità[39].

Tuttavia “la cosa più preziosa / che in terra si può avere”[40] era per lui la poesia. La definì con una serie di metafore, mostrandone il carattere consolatorio, ma anche umano e sociopolitico, nell’istanza potente di libertà che da essa emana:

 

“A puisia è u pani d’i dijuni; / a casa d’i senzatetto; / a spiranza d’i dispirati; / a vista di l’orbi; / a libirtà d’i servi: / è u cori d’u critatu, a puisia! / A puisia è / vistirisi d’azzurru / e sintirisi celu; / tincirisi d’azzolu / e cridirisi mari; / ‘mpanniddarisi a facci / ed essiri suli; / sparmarisi di virdi / e truvarisi voscu; / stenniri linzola ‘o suli / e salutari a paci; / affunnari li manu / nni la nivi / e cogghiri friscura / ‘i libirtà”[41].

 

Un tema ricorrente nella produzione di Pietro era poi la fede religiosa; aveva una fede sincera, concreta, profonda, lontana da ogni bigottismo. Abbiamo già ricordato diverse poesie d’occasione su questo tema; aggiungiamo qui anzitutto una breve citazione da “Gibilmanna”, dove la celebrazione del santuario è espressa in ottonari semplicissimi, che erano stati associati dall’autore ad una sua musica gioviale e festosa:

 

“Tra li tanti Munasteri / sparpagghiati pi la terra / lu cchiù allegru ed ariusu / cu cirtizza è Gibilmanna. / Di ‘stu munti Sularinu / ca si stagghia virdi ‘n celu / la Madonna cu Bamminu / nni proteggi cu so’ mantu. / Ridi lu cori, si vivi contenti; / si canta, si sona, si preja di cchiù; / ‘nsinu l’aceddi facennu sturneddi / ti mannanu ‘n celu prieri accussì”[42].

 

In “Quannu Diu fici lu munnu” i riferimenti biblici sono ripensati dapprima con un sorriso vitalistico, ma culminano poi in un invito perentorio al superamento delle divisioni razziali e di tutte le ingiustizie e sopraffazioni, in un vivido desiderio di giustizia:

 

“Quannu Diu fici lu munnu / si scurdò di fari l’omu; / ‘n tempu un nenti rimidiau / e di crita lu ‘mpastau. / Poi pinsò di fari a Eva / cu ‘na costula di Adamu / e filici li mannau / pi la terra / a prucriari. / Chista è la coppia / cchiù vecchia d’u munnu; / figghi nni fici / di tutti i culura: / niuri, bianchi, / russi e olivastri. / Ma patri e matri / chi culuri avìa? / È storia vecchia / di tutti saputa / chi a sumigghianza so’ / Diu fici l’omu; / ma nuddu mai ha scrittu / e mancu dittu / si niura o bianca / era a peddi d’Adamu. / […] / Comu po’ Diu tullirari / ca lu frati sfrutta u frati, / ca lu figghiu scaccia u patri / e chi l’omu ammazza l’omu? / Ora iu penzu e dicu: / ‘Speraddiu ca lu Signuri / nun s’avissi a ricurdari / ca di crita / è fattu l’omu’. / Si l’omu voli / ancora ‘n terra stari / l’orgogghiu so’ / luntanu havi a jittari; / scavari ‘nt’o so’ cori / ed appurari / chi amuri e sempri amuri / voli dari”[43].

 

Le descrizioni paesaggistiche

Nella descrizione del paesaggio, soprattutto di quello siciliano, la poesia di Pietro raggiunge momenti particolarmente lirici. Lo si nota ad es. in “San Lorenzo” (1983), descrizione icastica della canicola di agosto e di un violento temporale che spegne “l’arsura lunga / dell’estate”; alla fine, come i bambini che saltellano sulle pozzanghere, anche il poeta vorrebbe denudare il petto (“Spitturinàrimi vurrìa”) per “cogliere l’abbraccio dell’azzurro”:

 

“San Lorenzu. / La canicula quagghiata / acchianca l’aria. / Lampi e saitti / cripianu lu celu / e surruschia. / Trona di ’nfernu / spaccanu l’oricchi / e Giovi pluviu / astuta / l’arsura longa / di la ’stati. / Chiovi pìsuli pìsuli / e l’aria / cinnirina / s’arruspigghia. / Mi piaci / viriri ballari l’acqua / supra i tetti; / satariari / bianca / ’nte’ canali allippati / e curriri a fruciuni, / azzurra, / nne’ catusi arrugginuti. / M’allarga lu cori / viriri / li peri scàvusi / di li picciriddi / fari a ’mmarrata / nna li juculani / canaletti / e cu li vrazza aperti / e facci lustra / fari tammurinu cu lu pettu / e assapurari / l’abbrazzu di lu celu; / e lu suli / ca ridennu / l’assicunna... / Spitturinàrimi / vurrìa / comu ad iddi / e cògghiri / l’abbrazzu / di l’azzurru”[44].

 

Molto bella, sempre in questo ambito, è “Sant’Elìa”, poesia dedicata al paesino omonimo frazione di Porticello (1986), in cui le immagini del ricordo si confondono con la realtà presente, destando un acuto senso nostalgico:

 

“Quattru casuzzi aggritta pi scummissa: / dui, tri varcuzzi ‘i lignu sempri a sicca; / ‘n’ esercitu di jatti ed un canuzzu / jiccatu ‘i ciancunazzu a l’abbannunu; / facci a croccu di vecchi ‘nsunnacchiati / e picciriddi ch’i culiddi ‘i fora / cu mari dintr’a panza pi semenza / e l’occhi chi sfrazzianu di suli. / Ora, iu ti riviu Sant’Elia / cu tutti i carti in regola ‘i paisi; / a chiazza c’a funtana e, ‘n facci, a scala; / villi e alberghi ca spicchìanu a mari / e tanti, tanti machini ‘nte’ strati. / Ma vecchi e picciriddi mancu unu, / né scavusi e né vistuti, mancu unu / cu mari dintr’a panza pi semenza / e l’occhi chi sfrazzianu di suli… / E ti taliu e chianciu, Sant’Elia, / scogghiu ciurutu e’ peri di Soluntu / ca o’ mari cci facevi u contrappuntu:/ vecchia burgata di marinari”[45].

 

Unni volano li falchi” (2010) fu scritta a Caccamo, le cui campagne furono per Pietro l’ultimo luogo di villeggiatura estiva. La descrizione della “Valle delle Pernici” assume toni idillico-pastorali (“teocritei”, scherzava lui…), culminando in una religiosa contemplazione del creato:

 

“Quannu l’aria è quagghiata / e la lapuzza canta, / ddà, sutta lu carrubbu, / sferra la friscanzana. / E dintra ‘dda friscura / la menti s’arriccria / e sogna di vulari / cu ali di falcuni. / ‘Nta sta terra ‘ncantata,  / tuttu ristò com’era / e u cori, tuttu allegru, / nun vo’ partiri cchiù. / Cca tuttu è poesia, / billizza, ed armonia. / Cca parli cu silenziu / e t’arrispunni Diu”[46].

 

30 luglio 2011

È morto nuotando nel mare di Fondachello, che aveva cantato in una sua poesia,  “Funnacheddu Funnacheddu”, una delle più semplici di tutte nei concetti, nella confessione di un amore forte, radicato, profondo per quel luogo che “aveva nel cuore”:

 

“Funnacheddu, Funnacheddu / aggiuccatu e’ peri ā Turri, / grapi l’ali e abbrazzi u mari / comu fa cu’ sapi amari. /[…] Lu to celu e lu to mari / Sunnu fatti pi cantari. / Funnacheddu, Funnacheddu / Comu a tia nun cci nn’è. / Funnacheddu, Funnacheddu, / ‘ntò me cori cci si’ tu!”[47].

 

Ora sulla sua lapide, nel cimitero di Bagheria, ci sono proprio due di questi versi: “grapi l’ali e abbrazzi u mari / comu fa cu’ sapi amari”.

Il vuoto che Pietro ha lasciato è enorme. Quando è morto, ho provato un dolore acuto, prolungato nel tempo, a testimonianza che con lui se n’è andata una parte importante della mia vita, una persona che ha impresso il suo segno su di me come su tutti.

E allora, qualche giorno dopo la sua morte, mi sono improvvisato (io, nato a Genova, siciliano d’adozione, ormai vagamente apolide) poeta dialettale. E ho scritto una poesia per lui, appropriandomi anche indegnamente di alcuni suoi versi. Se da qualche parte dell’universo ha potuto sentirla, spero che gli sia piaciuta.

 

30 LUGLIO

di Mario Pintacuda

 

Ti nni isti a spinzirata, Pitrineddu,

‘ntra lu mari di cubaltu culuratu,

mentri natavi, leggiu e assai priatu,

‘ntra vucciria di matri e picciriddi.

E mentri ca natavi ‘n menzu o’ mari,

s’apprisintò to’ patri surridennu,

to’ matri ti chiamava: “Pitrineddu!”,

cu tia nataru l’ancili du celu.

E i to’ capiddi nìvuri turnaru,

turnasti, tempu un nenti, picciutteddu;

a moddu a l’acqua fusti arreri beddu,

l’acciacchi d’a vicchiaia si nni jeru.

Di po’, d’u mari ti nni isti ‘n celu,

d’un lampu salutasti Baarìa,

Giovanna, Pierantonio e Maria,

e ‘a niputedda to’ vasasti a volu.

Trasisti rittu rittu ‘n Paraddisu,

e ti batteru i manu tutti i santi

picchì a to’ vita fu ‘na cosa ranni,

e u Signuri fici un gran surrisu.

‘Nna plaja, ti chiamavanu li cristiani;

ma tu durmevi ‘n chinu e nun sintevi,

taliavi l’ancileddi e t’arricriavi,

vicinu a Diu e senza cchiù dumani.

E nni lassasti ccà, ammammaluccuti…

‘Stu munnu è puvireddu senza ‘i tia,

senza lu suli di la to’ puisia;

semu stunati, suli, addulurati.

Anch’iu sugnu sciancatu senza ‘i tia,

pinsannu a quanti cosi haju ‘mparatu

di tia, maistru veru e raffinatu

di vita, di cultura, di puisia.

Ricordu centu beddi chiacchiariati,

tanti jurnati di la vita mia,

ricordu “Tampasiannu a la strania”,

ricordu “Tarantella di ‘na vota”,

ricordu l’Innu di la ‘Mmaculata.

Ricordu la to’ vuci melodiusa,

e u pianoforti, cu me patri a latu,

e i fogghi chini d’a to’ fantasia.

Ma a stu minutu penzu a “Celu e mari”,

u mari ca ti vinni ad abbrazzari,

u celu azzurru unni vai passiannu,

filici assai, cantannu e surridennu.

E penzu quantu beni hai fattu a mia,

‘a to’ famigghia, a tutta Baarìa,

cu la to’ vita, cu la to’ puisia,

e sempri senza scrusciu e battaria.

E u chiantu ca m’aggruppa u cannarozzu

acchiana e scinni e mi cummogghia l’occhi;

ma tegnu in manu lu to’ libro, “Azzurru”,

e leggiu: “Nun si chianciunu li morti”.

Allora tu arrivisci accantu a mia,

a to’ mugghieri, ai figghi, a Baarìa.

E parri, riri, canti e stulitii

e vivinu cu tia li to’ puisii.

Sona u telefonu: “È mortu Pitrineddu!”.

Ma quannu mai: è vivu, Petrineddu.

U viri, ti la fici la puisia.

E ora, Petru miu, prea pi mia.

 

MARIO PINTACUDA

(docente di Materie letterarie, Latino e Greco

presso il Liceo classico “Umberto I” di Palermo)



[1]“Amo il cielo, / azzurro e annuvolato; / amo il vento sereno e adirato; amo la terra in pace ed in guerra; / ma più di tutto io amo il mare: / il mare di Fondachello, / che è bello per natura / pure quando è gonfio e si arrabbia”; da “Funnacheddu Funnacheddu”, poesia inedita, 20/9/1999.

[2]“Settimanale di Bagheria”, n. 455, 28/8/2011, pp. 18-19.

[3]“La Poesia è paradiso in terra / e Pietro lo ha questo paradiso”, da “Io e Petru”, in P. Maggiore, Azzurru, Bagheria 1986, p. 14.

[4]“No! Piangere, no! / Non si piangono i morti: / si ricordano! / Piangendoli, / li ammazzi un’altra volta; / se li ricordi, / li risusciti”. Sono versi della poesia “Comu pozzu cantari” (cfr. P. Maggiore, Azzurru, p. 67), composta nel 1983 in occasione dell’abbattimento (per errore) di un aereo civile sudcoreano da parte dell’aeronautica militare sovietica; le vittime erano state 269.

[5]Ringrazio in questa sede i familiari di Pietro, in particolare il figlio Pierantonio, per avermi fornito molti testi e molte notizie che altrimenti mi sarebbero potuti sfuggire.

[6]“Amava l’uomo, solo in quanto uomo, / non distinguendo il servo dal padrone. / Era felice se poteva dare / e il suo non era suo, ma degli amici”; cfr. “Me’ patri”, in P. Maggiore, Azzurru, p. 142.

[7]“Avìa cultura ‘i scola quantu basta / pi fari cunti e scriviri ‘na littra; ma spissu si duleva e lamintava / chi, a li so’ tempi, era gran cunquista / aviri comu ad iddu fattu a quinta; “Aveva istruzione quanto basta / a far di conti e scrivere due righe; / ma spesso si doleva e lamentava / che ai suoi tempi era gran conquista / avere come lui fatto la quinta”; cfr. “Me’ patri”, in P. Maggiore, Azzurru, pp. 142-144.

[8]“Ho detto tanto e non ho detto niente: / altro che panegirico di parente! / Mio padre meritava tanto e tutto. / E, se volessi scrivere in un motto / il vero suo epitaffio naturale, / scolpirei queste parole tali e quali: / «Lavoratore di razza, fino all’osso». / Ed altro più non dico, perché non posso”; cfr. “Me’ patri”, in P. Maggiore, Azzurru, p. 148.

[9]“Tre volte t’ho chiamato, madre mia; / ma tu dormivi in pieno e non sentivi. / Mi udirono i muri e la sorelle; / e il pianto l’asciugarono i lenzuoli. / Tre volte t’ho chiamato... E t’ho trovata / come Maria ai piedi della Croce. / Mamà, più non ti sveglia la mia voce; / ora è mio padre a farlo dolce dolce. / Tre volte t’ho chiamato quel mattino; / ma tu, tu stavi in Cielo con Maria. / Lo so che finalmente hai vinto il terno! / Spendilo tutto per le nozze eterne. / Tre volte t’ho chiamato... / E come tu volevi, madre mia, / l’ha fatto il gran miracolo Maria: / «all’improvviso», all’alba, nel tuo letto / e fuori un cinguettio d’uccelletti. / E con preghiere e canti alle tue esequie / ti riverì l’amico ed il passante; / persino il ciel ti volle benedire / e il sole coi suoi raggi ti baciò. / Tre volte t’ho chiamato e come vedi / Pietro te l’ha fatta la poesia; / ed ora, madre mia, prega per me” (cfr. P. Maggiore, Azzurru, pp. 150-152).

[10]“Mi definiscono poeta; / ma poeta non lo sono, / anche si faccio versi / e parlo in poesia. / Mi chiamano avvocato; / ma non so com’è fatto un tribunale, / però ho una laurea in giurisprudenza / incorniciata. / Semino, zappo, poto, pulisco e tolgo la paglia, / ma nessuno, dico nessuno, / mi crede campagnolo” (da “Cu sugnu”, poesia inedita).

[11] “Dormi bella, dormi bella, dormi bella, e fai la nanna. / Piccola bella mia dormi tranquilla, / fai la nanna e non fare i capricci. / Non fare disperare la mammina / perché se non dorme non può lavorare. / Dormi bella, dormi bella, dormi bella, e fai la nanna…”.

[12]“Perché, dovete sapere / che i miei genitori / il nome me lo scelsero / con gran sudore e amore. / E, come se inventassero / chissà qual grande cosa / decisero di chiamarmi / Selene come la luna. / Non appena il nonno Pietro / sentì la novità, / voleva saltare di gioia; / ma non poté per l’età. / però trovò conforto / nel libro dei ricordi / e disse: «A me Selene / mi piace e suona bene. / Dopo tale sentenza / più nessuno ebbe l’ardire / di dire o contraddire /mia mamma e mio papà”; da “Bedda di lu ‘nnannò’” (13 luglio 2006, poesia inedita).

[13]“Ragazzi belli, venite, ballate la tarantella! Ballate la tarantella di una volta, / che faceva impazzire i giovani; / giovani e vecchi, con i bambini, / come grilli saltavano allegri. / Bastava un niente, un po’ di musica, / per dare brio e per fare festa; / qualche bicchiere di buon vino, / rumore di carta ma senza il torrone. / Bevevi un bicchierino di rosolio / e ti pareva di stare in cielo / tra cori d’angeli e musica nuova. / E tarantella tirollallallà…/ Una gamba qua, una gamba là, / le mani sui fianchi e giriamo. / Un passo qua, un passo là, / mano con mano e saltelliamo. / Ora la dama si mette in ginocchio, / il cavaliere le gira intorno, / battendo le mani e saltellando / come faceva il padre di suo padre. / Una gamba qua, una gamba là, / le mani nei fianchi e giriamo. / Un passo qua, un passo là, / mano nella mano e saltiamo. / ora cambiate la posizione, / gli uomini in terra e le donne in piedi / e ballate questa tarantella / che la ballarono mamma e papà”.

[14]Il tema dell’emigrazione era uno dei più ricorrenti nelle poesie di Pietro; essa viene, ad esempio, deprecata con la preghiera in un inno religioso a S. Anna: “Matri Sant’Anna, ‘na grazia m’ha’ a fari, / ‘ntra chisti mura fammi travagghiari, / unni addattavi - nutricu - lu latti / di la verità. / E, mentri ancora i me’ ossa su’ ‘mperi / ed haiu la menti e l’occhi sanzeri, / fammi gudìri lu celu e lu mari / di la me città” (“Madre Sant’Anna, una grazia devi farmi, / fra queste mura fammi lavorare, / dove succhiai - neonato - il latte / della verità. / E, mentre ancora le mie ossa sono in piedi / ed ho la mente e gli occhi sani, / fammi godere il cielo ed il mare / della mia città”); da “Innu ‘a Matri Sant’Anna”, 2002, poesia inedita.

[15]“Vagando in terra straniera / solo, solo con la mia ombra. Un cane bastonato / è più felice di me  / tra questa gente estranea / che passa e non mi vede;  / eppure sono un uomo,  / un uomo. / Sicilia, mia Sicilia / il cuore cade a pezzi / quando guardo e vedo / qual è la vita mia, lontano, in terra straniera, / qua. / Ciminiere che fumate / i sospiri e i miei affanni… / Lavoro d'emigranti / bruciano le caldaie / ed il nostro sudore / che a voi dà la vita, / per noi, carne venduta, / è  fiele”.

[16]“In questa barca di legno, /  curvato dal peso degli anni, / sogno il mio antico amore, / penso alla vita che fu. / Il remo stanco sospira / il canto del dolore; / l’onda amorosa risponde / e mi dà una dolce pace. / Su questo mare azzurro /vagano sogni e speranze; / mentre pene, affanni e tormenti / s’annegano al fondo e restano là. / Giocano le onde festose / con i pesci, gli scogli e le barche / e si inseguono allegri / come puledri che vanno al pascolo… / Una colomba di mare / diffonde nel cielo azzurrino / i messaggi degli innamorati. / Ma in questo incanto d’amore / in lontananza io vedo una barca; / ed il mio sogno sprofonda / dove il mare si unisce col cielo. / Le onde ricamano gli scogli / con aghi forgiati dal tempo; / e faraglioni e grotte / brillano di eternità. / Il vento porta lontano / l’antica canzone del mare; / l’acqua schiumosa mi bacia / e sospirare mi fa… / Barchetta mia di legno / che ti accarezzi col mare, / non ti crucciare se insieme con le onde / motori stonati rimbombano qua. /” (Celu e mari, 1986, poesia inedita).

[17]“Ci avete fatto caso / che dopo i quarant’anni / il tempo pare corto / e lunghi i suoi malanni? / E lascia alla persona / acciacchi ad ogni ora, / acciacchi nuovi e vecchi, / forieri di sepoltura. / Viva la vita, viva l’amore, / viva la vita senza pensieri. / Mi sforzo e non mi capacito, / e allora io mi tormento: / si manco fu Natale / com’è ch’è Capodanno? / E allora mi ricordo / quando ero bambino / e a scuola me ne andavo / più lesto di un cardellino. / Viva la vita, viva l’amore, / viva la vita senza pensieri. / […] Per l’uomo adulto invece / il tempo scorre presto / perché ha le gambe lunghe / e il passo lo fa lesto. / Sudando e faticando / il giorno nasce e muore, / bestemmia e a passi lunghi / s’avvia alla sepoltura”[17].

[18]Fra gli altri, un vero e proprio Inno a Bagheria, in ottonari a rime alternate.

[19]“Da dove tramonta il sole e dove nasce / il caro mio paese è bagnato / da un mare di cobalto colorato / che ad ogni ora l’accarezza e nutre. / La Conca d’Oro, verde d’agrumeti, / l’accoglie dentro un letto naturale / e al capezzale gli fa da guanciale / Incorvina, terra ricca di vigneti. / Opposto ai venti e alla brezza di mare, / con amore eterno più di quello umano, / i piedi gli ripara Catalfano / calcareo monte di àgavi e saggine. / Attorno al Corso Umberto e Butera / si snoda il paese nuovo e vecchio; / ma chi ne vuole vedere il meglio / non vada oltre Angiò e Palagonia. / Gente allegra vive in questa terra, / laboriosa e di poche parole; / le scienze ed arti ama coltivare / e vita e sangue ha dato ad ogni guerra. / […] Ma, quando per le strade vado e vedo, / mi accorgo che la vera Bagheria / sei tu, son io, è quello che passeggia: / la gente viva del paese mio”; cfr. P. Maggiore, Azzurru, pp. 17-19.

[20]“Pietro stamattina è qua / nella mia casa / a leggermi le poesie / che deve pubblicare. / Io, che sono uno di quelli / che non mangiò e succhiò / il latte della cultura, / capisco e non capisco, / cado e mi alzo, / muoio e rinasco, / salgo in cielo / e precipito in terra. / […] Come potrei avere una voce in capitolo / se infilo le mie mani nelle tasche / per cercare l’oro della cultura / e le tiro fuori vuote? / […] Pietro lo sa / che cosa penso io dei poeti, / ieri sera me l’ha sentito ripetere, / mentre ero intervistato da una giornalista, / e m’ha sentito dire che i poeti / che restano nel tempo sono pochi, / uno ogni secolo; / ed ho aggiunto, / parlando di me come poeta, / che - forse - non ci sarà nessun critico / fra cinquant’anni / che scriverà della mia poesia / e del mio messaggio d’amore e di giustizia. / E lui? / Con Pietro abbiamo fatto / una trentina di recite / e, ogni volta, / ha riscosso applausi dalla gente. / Questo è significativo e dice troppo; / ma l’avvenire è un libro chiuso / e la poesia, come tutte le cose, / ha limiti e mura d’acciaio. / Mi resta d’augurare al libro di Pietro / la fortuna dei poveri / cui si apre il Paradiso. / La Poesia è paradiso in terra / e Pietro lo ha questo paradiso”; cfr. P. Maggiore, Azzurru, pp. 11-15.

[21]Con Buttitta collaborò anche alla stesura di un atto unico, I satiri alla caccia.

 

[22]“Grazie, per avermi fatto / cadere / dalle mani / l’ago spuntato / della menzogna; / e spargere al vento / come cruscami / le montagne di parole / accatastate; / e liberarmi gli occhi / dalle ragnatele / sciogliendo i suoi nodi / aggrovigliati; / e sfilare / dal mio cuore / la matassa / avviluppata / della fantasia. / Grazie, per avermi arricchito, / arricchito veramente / dandomi con il tozzo / della vostra povertà / ognuno / un pezzettino di ricchezza. / Grazie!... Tante grazie”; cfr. P. Maggiore, Azzurru, p. 24.

[23]Il premio era intestato al celebre poeta, scrittore e commediografo bagherese (1897-1979).

[24]“Dillo, madre mia, / ai miei fratelli, /  che  vado  girovagando / per le strade, / a  vendere accendini e fazzoletti, / lamette usa e getta  e orologi a peso... / Diglielo  che la gente per disprezzo / mi chiama  ‘Marocchino’ e   ‘Vu’ cumprà’; / che,  con una spugna / fradicia di pianto, / vado lavando vetri / e assorbo  sangue” (da “Cantu d’amuri e di rabbia”, 1991).

[25]Cfr. “Giornale di Sicilia”, 6 novembre 1991.

[26]“Piangete, madri, e lamentatevi, figli: / «A Palermo  hanno ammazzato il Prefetto!» / Muratele con fiori di rose e gigli / le bocche di sangue aperte nel suo petto. / Piangete nubi e lamentatevi venti: «A Palermo hanno ammazzato la Signora!» […] Non uomini ma furie scatenate / da un lato all’altro presero a sparare / e resero quei due così sfigurati / da non potersi più riconoscere. La gente scappa dentro e si rintana, / spranga porte e finestre / e intontita non sente alcun desiderio / di guardare fuori, a destra e a manca. / Sotto il velo scuro della Santa, / nessuno vide e tanto meno sentì / […] La folla grida, fa la voce dura / ma non accusa né alza la testa. / […] C’era un prefetto e ora non c’è più: / sotto il gran lenzuolo del cielo / solo tracce di morte ora ci sono / con fiori mosci e secchi sopra un velo” (P. Maggiore, Azzurru, pp. 120-124).

[27]“Non ho, no, memoria / di un tempo come questo: / non c’è misericordia, / inchiodata fu con Cristo” (P. Maggiore, Azzurru, p. 126).

[28]Ad undici anni… no! No! / Non s’ammazza così / la primavera!... / Pietà, pietà ore / per chi pietà non ha! / Pensaci tu Giustizia, / che sai la verità… / Piangi, Palermo, piangi: / il sole non c’è più” (da A Claudio).

[29]“Lu celu chiovi sangu / di minnittusi curpi; / l’asfaltu e lu cimentu / vòrvicanu li prati / e l’apa senza ciuri / svulazza e si nni va”. - Il cielo piove sangue / di luttuose colpe; / l’asfalto e il cemento / han seppellito i prati / e l’ape senza fiori / svolazza e se ne va” (P. Maggiore, Azzurru, p. 26).

[30]Cfr. P. Maggiore, Azzurru, p. 60.

[31]“«Che hai, Peppino, con tutto questo broncio?» / «Che devo avere, massaro Giuvanni: / l’amore! che mi affligge il cuore. / Voi lo sapete che voglio bene a Mara, / che è il palpito del mio cuore, / l’angioletto dei miei pensieri; / ma quest’amore traditore/ non me lo sa far dire. / Una lettera che le ho dato in  chiesa / diceva assai ma amore non chiedeva. / Capite perché tanto mi dispero? / Massaro bello, non ne posso più!» / «Idiota, imbranato, stupidone, / come ti perdi in un bicchiere d’acqua!/ Siediti un po’, che ti racconto / la storia vera della rosa rossa. / Lontano in un castello fuori mano / viveva un vecchiu sapientone assai. / Cento e più libri scrisse sull’amore / ma, all’ultimo, diede a tutti fuoco; / perché s’accorse che i prati in fiore / ti parlano d’amure a tutte le ore, / ed il più chiacchierone, / naturalmente, è la rosa rossa». / Corse Peppino in cerca di questo fiore. / Allampanato con la rosa in mano, / rossa, sfiorita e ammosciata, / pensava al vecchio e più si scoraggiava. / Veniva Mara dalla Santa Messa; / guarda sotto sotto il poveraccio / e chiude la rosa / in mezzo al messale / Quella rosa rossa, / che muta se ne stette, / fu dell’amore / chiacchierona assai” (La rosa russa, 1954, poesia inedita).

[32]“Ragazzi celibi che dovete sposarvi, / cercate giovinezza, non cercate denari; / i soldi vanno e vengono, come fossero pensieri; / la giovinezza invece quando va non viene più” (da “Picciuttanza”, poesia inedita).

[33]“«Benedetti tempi antichi» / mi diceva mia nonna Pidda; / «che bell’epoca era quella / che finì e non torna più. / Non vedevo un vestito corto, / né una donna truccata / con i pantaloni attillati / fumare per le strade… / […] Maschi e femmine già grandi / non conoscevano intrighi e malanni; / senza malizia né grilli per la testa / ogni giorno era una festa, / si campava così»”. «Di questi tempi, figli mei / non si può trattare nessuno; / non sono tempi come quelli, / non c’è più innocenza. / Ero fidanzata con tuo nonno, / mi veniva a casa la sera, / si sedeva lontano un miglio / distante da me; / ma però, quando ebbi un figlio,/ fu onesto e mi sposò». / Bella coscienza che aveva mia nonna / che prima fu nonna e poi si sposò./ Quella era l’epoca della innocenza; / la nonnina sempre ci pensa / e scordare non la può”[33].

[34]La poesia, inedita, fu composta al lido di Fondachello (Casteldaccia), il 20 settembre 1999. Fra le poesie di Pietro in lingua italiana vorrei ricordare almeno “Sognai” (1961), una suggestiva descrizione del giudizio finale di Dio, e l’Inno alla Madonna del Carmelo di Bagheria.

 

[35]“«Alziamoci, alziamoci, che è ora!» / canta il gallo. / E l’alba sbadigliando arriva, / ed il luogo di lavoro è ancora solitario. / Svegliati, piccola, piano piano, / perché tuo fratello dorme, piccolo innocente. / E mentre si succhia il ditino, / tu vieni con me e mi raccoglierai le spighe da terra” (da “Livamunni livamunni”, poesia inedita).

[36] “Sono stanco ma sono contento / la mia campagna la ho ben sistemata; / quando mettono l’acqua di Piana / la risveglio e mi levo il pensiero. / Sotto quest’afa di sole cocente / ci vorrebbe una bella rinfrescata”.

[37]“Tu non lo sai / come si suda il pane / e lo butti tra i rifiuti / perché è duro. / La pancia te la riempi / di carne e di dolciumi, / mangiucchi tutto il giorno / e fai il galletto. / Mentre tuo padre e madre, / alla tua stessa età, la pancia la riempivano / di torsoli e carrube. / A quei tempi, credimi, / il pane era dolce / e quando si mangiava / era grazia di Dio. / Tu non lo sai / com’è duro il lavoro / che  porta l’uomo alla fossa / e lo sconquassa. / […] / Tu non conosci / il tanfo del sudore / che esala dalla pelle / appiccicoso. / […]/ Anima scellerata, / che vivi per mangiare / vai a buttarti in un fosso, / se onore te ne resta. / Santifica tuo padre / che vive di lavoro, / abbracciati a tua madre / che suda per amore” (P. Maggiore, Azzurru, pp. 116-118).

[38]“Come tutti i paesi, / pure il mio paese / ha il suo ubriaco / che fa comizi in chiazza; / e grandi e piccoli/ con pugni e con pietrate / l’assaltano con rabbia / e denti di cani rabbiosi. / «‘Ubriacone!» lo chiamano; / perché si ubriaca, / scivola e sbuffa. / Ubriacone sarebbe / se assaltasse la gente / e le digrignasse i denti. / Pasquale il parcheggiatore, / quando non è ubriaco, / la gente lo strapazza / perché vuole l’ubriaco! / Pasquale, che non è fesso / e ha il cuore buono, / poveraccio, beve e fa / contenta la società” (poesia inedita).

[39]Cfr. P. Maggiore, Azzurru, pp. 94-100.

[40]La puisia è la cosa chiù priziusa / chi ‘nta’ terra si po’ aviri” (da “Zocch’è puisia”, in Azzurru, p. 102).

[41]“La poesia è il pane degli affamati; / la casa dei senzatetto; / la speranza dei disperati; / la vista degli orbi; / la libertà dei servi: / è il cuore del creato, la poesia! / La poesia è / vestirsi di azzurro / e sentirsi cielo; / tingersi di blu / e vedersi mare; / indorarsi la faccia / ed essere sole; / spalmarsi di verde / e trovarsi bosco; / stendere lenzuola al sole / e salutare la pace; / affondare le mani / nella neve / e assaporare brezza / di libertà” (da “Zocch’è puisia”, in Azzurru, pp. 102-104).

[42]“Tra i tanti Monasteri / sparpagliati per la terra / il più allegro ed arioso / certamente è GIBILMANNA. / Da questo monte Solarino / che si staglia verde in cielo / la Madonna col Bambino / ci protegge col suo manto. / Ride il cuore, si vive contenti; / si canta, si suona, si prega di più; / perfino gli uccelli intonando stornelli / ti mandano in cielo preghiere così”.

[43] “Quando Dio creò il mondo / si scordò di fare l’uomo; / in un baleno rimediò / e di creta lo impastò. / Poi pensò di fare Eva / con una costola di Adamo / e felici li mandò / per la terra / a procreare. / Questa è la coppia / più vecchia del mondo; / figli ne fece / di tutti i colori / neri, bianchi, / rossi e olivastri. / Ma padre e madre / che colore avevano? / È storia vecchia / da tutti saputa / che a sua somiglianza / Dio fece l’uomo; / ma nessuno mai ha scritto / e manco detto / se nera o bianca / era la pelle d’Adamo. / […] / Come può Dio tollerare / che il fratello sfrutti il fratello, / che il figlio scaccia il padre / e che l’uomo ammazza l’uomo? / Ora io penso e dico: / ‘Speriamo che il Signore / non s’abbia a ricordare / che di creta / è fatto l’uomo’. / Se l’uomo vuole / ancora in terra stare / l’orgoglio suo / lontano deve gettare; / scavare nel suo cuore / ed appurare / che amore e sempre amore / vuole dare”.

[44]“San Lorenzo. / La canicola stagnante / inchioda l’aria. / Lampi e saette / increpano il cielo / e scintilla. / Tuoni d’inferno / spaccano gli orecchi / e Giove pluvio / spegne / l’arsura / lunga / dell’estate. / Piove a catinelle / e l’aria / cenerina / si risveglia. / Mi piace / vedere / ballare l’acqua / sopra i tetti; / saltellare / bianca / sulle tegole muscose / e scorrere  / gorgogliante, / azzurra, / nelle gronde arrugginite. / M’allarga il cuore / vedere / i piedi scalzi / dei bambini / fare gli argini / alle giocose / cunette / e con le braccia aperte / e faccia allegra / fare tamburo con il petto / e assaporare / l’abbraccio del cielo; / e il sole / che ridendo / l’asseconda... / Denudare il petto / vorrei / come loro / e cogliere / l’abbraccio / dell’azzurro” (P. Maggiore, Azzurru, pp. 40-42).

[45]“Quattro casette, in piedi per scommessa: / due, tre barchette di legno, sempre in secca; / un esercito di gatti ed un cagnolino / gettato in terra abbandonato; / facce rugose di vecchi assonnati / e bambini con i culetti di fuori / con il mare nella pancia per semenza / e gli occhi che brillano di sole. / Ora, io ti rivedo, Sant’Elìa / con tutte le carte in regola di paese; / la piazza con la fontana e, di fronte, la scala; / ville e alberghi che guardano il mare / e tante, tante macchine nelle strade. / Ma vecchi e bambini manco uno, / né scalzi né vestiti, manco uno / con il mare nella pancia per semenza / e gli occhi che brillano di sole. / E ti guardo e piango, Sant’Elìa, / scoglio fiorito ai piedi di Solunto / che al mare gli facevi il contrappunto:/ vecchia borgata di marinai” (15 ottobre 1986).

[46]“Quando l’aria è immobile per l’afa / e l’ape canta, / là, sotto il carrubo, / soffia un fresco venticello. / E in quella frescura / la mente gioisce / e sogna di volare / con ali di falco. / In questa terra incantata,  / tutto restò com’era / e il cuore, tutto allegro, / non vuole più partire. / Qui tutto è poesia, / bellezza ed armonia. / Qui parli con silenzio / e ti risponde Dio”.

[47]“Fondachello, Fondachello, / accovacciato ai piedi della Torre, / apri le ali e abbracci il mare, / come fa chi sa amare. / […] Il tuo cielo ed il tuo mare / sono fatti per cantare / Fondachello Fondachello / come te non ce n’è. / Fondachello Fondachello / nel mio cuore ci sei tu” (da “Fondachello, Fondachello”, poesia inedita, 20/9/1999).

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